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Il Papa è atteso a Mosul, già roccaforte jihadista

Il pellegrinaggio del pontefice Papa Francesco in Iraq prevede per domenica 7 marzo la tappa di Erbil, nella regione autonoma del Kurdistan iracheno, passando per Mosul e Qaraqosh. Mosul o Ninive, l’antica capitale assira, nell’Iraq settentrionale, era diventata una delle roccaforti dello Stato Islamico, quando a fine giugno del 2014 i jihadisti la occuparono e il 4 luglio dello stesso anno Abu Bakr Al-Baghdadi salì sull’al-minbar, il pulpito da cui l’oratore recita la preghiera del Venerdì, nella Grande Moschea Al-Nuri proclamando che “La creazione di un califfato è un obbligo. Non c’è vera religione finché non viene affermata la Sharia”. Si trattò di un discorso lungo e articolato con cui venne restaurata l’autorità califfale soppressa alla fine dell’Impero Ottomano.Sempre in quei tristi giorni del 2014 un gruppo di mujaheddin si presentò alla porta del monastero di San Giorgio di Cappadocia a Mosul, per intimare agli ultimi occupanti che la città era caduta nelle loro mani e che i cristiani se ne dovevano andare.“In una notte una delle diocesi più grandi dell’Iraq scomparve nel nulla”, ha raccontato mons. Robert Saeed Jarjis, vescovo ausiliare di Babilonia dei Caldei, a Molfetta, nel seminario regionale, durante una conferenza per la settimana di cultura “Via Mare” (9 aprile 2019). Da quel monastero, situato nel quartiere di Al-Arabi a Mosul, i monaci avevano prudentemente portato via l’imponente patrimonio bibliografico attinente gli studi siriaci che custodivano da secoli per metterlo al sicuro nell’eremo di Nostra Signora di Nivive ad Alqosh, un’antichissima città tra le montagne del Kurdistan. La scelta della località non è casuale: il convento sorge tra le montagne e la strada per raggiungerlo è impervia; nel Kurdistan le bandiere nere simbolo di lutto e distruzione non hanno mai sventolato; il monastero venne fondato proprio da San Ormisda nel VII secolo d.C.
Il chiostro di San Giorgio a Mosul è stato trasformato in una prigione nei tre anni di occupazione jihadista e poi distrutto al momento della fuga. Se i monaci non fossero stati previdenti i loro libri, sarebbero stati bruciati come quelli della biblioteca universitaria di Mosul. Così il già martoriato patrimonio culturale iracheno avrebbe perduto i preziosi manoscritti insieme all’enorme documentazione archivistica raccolta nei secoli. Oggi è tornata la speranza grazie al progetto Scriptorium Syriacum.I monaci stanno costruendo un centro culturale ad Ankawa, quartiere cristiano a ridosso dell’aeroporto internazionale di Erbil, dove custodiranno i milleduecento manoscritti catalogati e i trecento non catalogati, la gran parte in siriaco e in arabo, ma anche in persiano, turco, curdo ed ebraico risalenti all’Ottavo secolo fino al Ventesimo. Centinaia sono le lettere archiviate scritte dai Patriarchi e dai capi spirituali della chiesa caldea negli ultimi duecento anni.Gli obiettivi del programma sono ambiziosi: preservare i manoscritti, digitalizzare il materiale esistente, renderlo accessibile ai ricercatori di tutto il mondo e creare concrete opportunità per un futuro prospero per le giovani generazioni affinché possano vivere e studiare in Iraq e ridurre così la spinta all’emigrazione al di fuori del paese.Questa missione accompagna la vita dei confratelli della piccola comunità cenobitica maschile che vive ad Ankawa guidata dall’abbate Samer Soreshow Yohanna, il superiore dell’Ordine Antoniano di San Ormisda dei Caldei. I monaci tengono conferenze anche all’estero per esporre il progetto dello Scriptorium e ricercare collaborazioni internazionali come quella con la Metropolitan New York Library, la Bibliothèque nationale de France e l’Università degli Studi di Bologna per il trasferimento delle necessarie esperienze nel settore della gestione, restauro e valorizzazione del patrimonio librario.



Passeggiando per Ankawa ci si rende conto che l’atmosfera è serena, colpisce la grande statua della Madonna posta nel centro della piazza principale, inoltre ci sono alberghi, negozi, parrucchieri, estetiste, fotografi e perfino locali che vendono alcolici, attività che un musulmano non può esercitare. Nel quartiere cristiano, frequentato anche dai musulmani, il fine settimana inizia con il grande passeggio del Giovedì sera, prima del giorno del riposo, il Venerdì per gli islamici, e continua fino alla Domenica quando i fedeli vanno a seguire la messa in aramaico, la lingua che parlava Gesù e dai caldei utilizzata per la liturgia da millenni.

Vincenzo Legrottaglie
Giornalista ed esperto di Medio Oriente

Fonte: Vincenzo Legrottaglie


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