Il centesimo anniversario della morte di Vito Donato Epifani

Ricorre il 14 agosto, il centesimo anniversario della morte di 𝗩𝗶𝘁𝗼 𝗗𝗼𝗻𝗮𝘁𝗼 𝗘𝗽𝗶𝗳𝗮𝗻𝗶, avvenuta nel 1922.

Nelle prossime settimane l’Amministrazione Comunale promuoverà delle giornate di studio e di approfondimento su questo illustre concittadino, nato a San Vito dei Normanni nel giugno del 1848, per farlo meglio conoscere, soprattutto ai giovani.

In questo giorno anniversario vogliamo ricordarlo con le parole di un suo discendente, il magistrato dott. Giuseppe Magno:

“Vito Donato Epifani, primo dei sette figli di Giacinto e Maria Francesca Gagliani, proprietari terrieri. Dotato di vivace intelligenza, manifesta forte propensione per le materie umanistiche. Studia presso maestri privati che, a diciassette anni, lo ritengono maturo per gli studi universitari e raccomandano fortemente alla famiglia di lasciarlo partire per Napoli.

Giunge a Napoli alla fine del 1865 o inizi del 1866, ove segue con grande passione e profitto corsi universitari di letteratura, diritto, filosofia ed economia, fino a conseguire la laurea in Scienze giuridiche ed economiche, probabilmente nel 1870.

Nello stesso anno, appena ventiduenne, pubblica un “Programma per la democrazia italiana” (Napoli, Stab. tip. di Fr. Saverio Tornese), che risente delle discussioni, molto fervide all’epoca, fra gli intellettuali; e, in particolare, delle idee mazziniane, cui aderisce il Nostro che, negli anni napoletani, coltiva rapporti con diverse figure di patrioti, anche stranieri, presenti in Città.

Di idee repubblicane e federaliste – un federalismo di stampo mazziniano, non conservatore – si trova ben presto in contrasto con la politica centralista del nuovo regime monarchico sabaudo, attuata da personalità politiche come Urbano Rattazzi.

Nel 1872, da giovane docente di Economia Politica, pubblica il “Sistema di economia politica” (Napoli, ed. G. Nobile), quando le correnti federaliste, regionaliste e autonomiste sono ormai in declino, soverchiate dall’entusiasmo nazionale per il trasferimento della capitale a Roma, simbolo forte essa stessa della recuperata unità del paese.

Negli stessi anni l’Epifani si dedica alla progettazione di un giornale o periodico, “di fondo vulcanico e di forma nobilmente calma”, da intitolare “Il Genio d’Italia”, del quale stende il programma in consultazione con Giovanni Bovio.

Di questo progetto discute anche con l’amico Auguste Poulet-Malassis (1825-1878), avventuroso e geniale editore parigino, approdato a Napoli (circostanza tuttora poco nota, ma testimoniata indirettamente dalla corrispondenza con l’Epifani) forse dal Belgio, dove si era rifugiato perché perseguitato dai creditori e dai fulmini della censura, pochi anni dopo aver pubblicato “Lesfleursdu mal” ed altre importanti opere di Baudelaire e di altri noti scrittori francesi, come Théophile Gautier e Ch. Augustin de Sainte-Beuve.

Poulet-Malassis gli offre spazio e disponibilità nella Rivista “Le bien public”; il progetto del giornale però non va in porto, certamente a causa dell’ostilità crescente che le idee, ormai ben note, del giovane docente napoletano suscitano negli ambienti monarchici o comunque vicini al Governo.

È quindi da considerare molto coraggiosa la lettera inviatagli in data 11 giugno 1875 dalla Associazione dei Tipografi di Napoli in S. Domenico Maggiore, contenente l’invito ad entrare onorariamente nel sodalizio, allo scopo dichiarato di “poter annoverare tra i suoi soci onorari una persona che all’alto senno e dottrina accoppiasse una volontà decisa a fare il bene dei suoi simili, e massime delle classi operaie”.

Risale al 1876 la pubblicazione, sempre a Napoli (A. Trani, Tipografo Editore )di un’opera su “Le Dogane” , argomento quanto mai attuale e dibattuto in quegli anni a causa dei gravi (e non risolti) problemi originati dall’unificazione nazionale, dipendenti in particolar modo dal differente livello economico e sociale degli Stati pre-unitari.

Due anni più tardi l’Epifani, trentenne, si vede costretto ad abbandonare l’insegnamento, non essendo stata accolta dall’allora Ministro della P.I., il piemontese Michele Coppino, la domanda intesa a regolarizzare la propria posizione universitaria secondo la nuova normativa (Regolamento generale degli studi universitari del Regno, c.d. Regolamento Coppino, approvato con R. D. n. 3434 dell’8 ottobre 1876).



Di ritorno nel paese d’origine, San Vito dei Normanni, dove trascorrerà il resto dell’esistenza, si dedica all’agricoltura ed alla professione d’avvocato, che esercita gratuitamente a favore di diseredati e di poveri contadini, patrocinandoli nelle cause per l’affrancazione delle terre dai canoni enfiteutici e da residui censi d’origine feudale. Ha tre figli, una dei quali morta in giovane età, da Stella Conte; dopo la prematura scomparsa della medesima, sposa Rosa Leozappa, dalla quale ha quattro figli, uno dei quali morto in età infantile.

Molto stimato e benvoluto dai concittadini, è eletto sindaco per due volte. Durante lo svolgimento del mandato, il Nostro fronteggia in modo esemplare un’epidemia di colera (1884-1885), organizzando efficaci difese per la popolazione, così da meritare il plauso ed un riconoscimento ufficiale (1888) da parte del Ministro dell’interno (e Presidente del Consiglio) Francesco Crispi.

A parte l’impegno politico e quello professionale di avvocato, nel corso del periodo sanvitese l’Epifani si dedica principalmente a due attività: quella di conduzione dell’azienda agricola familiare, secondo le indicazioni della Scuola fisiocratica di François Quesnay e le idee di Adamo Smith; e la stesura di un ponderoso manoscritto, intitolato “Synologia”, destinato a contenere, oltre alla summa del pensiero politico, sociale ed economico dell’epoca, il meglio delle sue personali riflessioni.

Solo la prima parte di tale manoscritto (all’epoca incompleto), trascritta in bella grafia e contenente una sommaria ricognizione delle principali teorie economiche, fu inviata dall’Autore al concorso indetto dalla Reale Accademia dei Lincei, nel 1883, per l’assegnazione del premio reale per le scienze sociali ed economiche, e fu esaminata dall’apposita Commissione, presieduta da Marco Minghetti.

Nonostante l’esito negativo – la Commissione ritenne infatti che l’opera non possedeva il pregio dell’originalità, essendo limitata all’esposizione ragionata di teorie note – la circostanza consente di autenticare e datare il manoscritto (ben più corposo rispetto alla parte inviata, che ne costituisce solo la premessa), alla cui composizione attese l’Epifani fino al giorno della sua morte, sopraggiunta improvvisamente, mentre passeggiava in campagna, il 14 agosto 1922”.


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